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La grande tempesta inglese del 1703

di Marco Rossi
23 Giu 2004 - 10:30
in Senza categoria
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Uno dei sintomi principali dell’effetto serra, infatti, sarebbe quello di aumentare la frequenza di eventi atmosferici violenti, per l’aumentata quantità di energia a disposizione di questo “motore termico” alimentato dal Sole.

Ma, scorrendo le pagine di storia, notiamo come gli eventi catastrofici siano quasi una “norma”, in quanto frequentissimi nelle varie epoche, e ci chiediamo se, questa supposta aumentata frequenza, non dipenda, in realtà, dall’aumento della popolazione e delle infrastrutture, nonché dei mezzi di informazione, in grado di diffondere notizie di questi eventi da qualsiasi parte del Mondo essi avvengano.

Insomma, un aumento “fittizio” e non “reale”.

Tanto si può supporre studiando le cronache della terribile tempesta di vento che sconvolse l’Inghilterra il 26 novembre del 1703.

Attorno alla mezzanotte, e per circa 10 ore, il vento soffiò a velocità di almeno 200 kmh, e, testimone d’eccezione del fatto, fu lo scrittore Daniel Defoe, l’autore di “Robinson Crosue”, il quale, oltre a descrivere lo spaventoso calo barico annunciato dal suo personale barometro, descrisse anche i danni ingenti provocati dalla tempesta.

Molte le case crollate o scoperchiate, moltissime le navi naufragate (almeno 10 mila i marinai deceduti per le conseguenze dell’uragano), mentre l’acqua del mare, sospinta dal vento fortissimo, penetrò per chilometri nel letto dei fiumi, allagando le campagne per chilometri.

Cosa avrebbero detto scienziati e giornalisti, se un fenomeno del genere fosse capitato non nel pieno della “Piccola epoca glaciale”, ma nei “tempi moderni”, nel pieno dell’Effetto Serra?

Insomma, le tempeste come quella che si è abbattuta sull’Europa nella scorsa settimana, possono essere un indizio della presenza di un riscaldamento globale, ma non costituiscono affatto una prova certa.

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