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Un aiuto nella lotta ai cambiamenti climatici potrebbe venire dagli Icebergs. Ma come?

di Ivan Gaddari
12 Mag 2011 - 14:13
in Senza categoria
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Il processo è stato descritto dettagliatamente in 19 articoli pubblicati in formato elettronico in un numero speciale della rivista Deep Sea Research Part II: Topical Studies in Oceanography .

Il gruppo di ricerca è stato capeggiato dal biologo marino Ken Smith del MBARI e finanziato dalla National Science Foundation. Smith, insieme a ricercatori provenienti da più di una dozzina di altre istituzioni, ha condotto tre crociere della durata di un mese nel mare di Weddell: nel 2005, nel 2008 e nel 2009. Tracciando le rotte e la distribuzione degli icebergs antartici, anche tramite l’utilizzo di velivoli telecomandati e sommergibili, il team è stato in grado di documentare un processo del quale si supponeva l’esistenza, ma non ancora provato.

Il cambiamento climatico globale sta causando il restringimento delle piattaforme di ghiaccio antartico, portandole successivamente alla divisione e alla liberazione di migliaia icebergs. Andando alla deriva, vengono trasportati dalle correnti nel vicino mare di Weddell. La nuova ricerca suggerisce che questi iceberg trasportano sedimenti ricchi di ferro, che si discioglie nell’acqua di mare creando una scia che può arrivare fino a 19 km (12 miglia) di lunghezza. Il ferro così disciolto aiuta a fertilizzare la crescita di alghe microscopiche.

Durante le tre crociere, la squadra ha studiato una zona che hanno chiamato “vicolo iceberg” nelle inospitali e talvolta pericolose acque dell’Oceano meridionale. Va detto che molto di questi iceberg avevano le dimensioni di piccole città e seguirli nel loro percorso poteva risultare rischioso. Per poterli monitorare sono stati utilizzati i satelliti e dispositivi di localizzazione GPS, sganciati su grossi blocchi di ghiaccio tramite l’ausilio di un aereo radiocomandato. Hanno anche usato tre diversi sommergibili robot per studiare la vita sul bordo inferiore dei blocchi di ghiaccio.

Gli ingegneri del MBARI, guidati da Alana Sherman, hanno sviluppato un nuovo strumento robotico che è stato programmato per raggiungere una profondità di 600 metri sotto la superficie dell’oceano. E’ stato lanciato al di sotto dell’icerberg, per poi risalire verso la superficie del mare dopo il suo passaggio. Lo strumento è stato usato per raccogliere le particelle di sedimenti, pezzi di alghe morte, e altri detriti che scivolano al di sotto e intorno al blocco di ghiaccio. Ciò ha permesso agli scienziati di misurare, per la prima volta, la quantità di carbonio organico che sprofondo verso le profondità oceaniche passando al di sotto di un iceberg di grandi dimensioni (sino a 6 km di larghezza, 35 chilometri di lunghezza e 28 metri di altezza).

I ricercatori hanno confrontato la quantità di carbonio che affonda fino a 600 metri sotto l’iceberg con la quantità di carbonio che sprofonda in mare aperto nelle sue vicinanze. Hanno scoperto che circa il doppio di carbonio scende verso i fondali in un raggio di circa 30 km (18,6 miglia) attorno all’iceberg, rispetto ad una qualsiasi altra zona d’Oceano.

Estrapolando i risultati per la parte del mare di Weddell analizzata, i ricercatori hanno concluso che gli iceberg (grandi e piccoli) stanno svolgendo un ruolo importante nel controllo della quantità di carbonio assorbito dall’atmosfera, elaborato dalle alghe e immesso nelle profondità oceaniche. “Il ruolo degli iceberg nella rimozione di carbonio dall’atmosfera può avere implicazioni per i modelli climatici globali che devono essere ulteriormente studiate”, sostiene Smith.

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