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Qual è il ruolo del clima nel decidere i grandi avvenimenti storici, quanto è importante l’influenza del clima nell’esperienza dell’umanità?

di Umberto Migliaccio
07 Nov 2004 - 16:33
in Senza categoria
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Tutti sanno che le avverse condizioni metereologiche furono una delle principali cause della sconfitta di Napoleone a Waterloo il 16 giugno del 1815, tuttavia non cadremo nel tranello del luogo comune, indicando un singolo episodio come generatore di profondi mutamenti come fu la fine dell’Impero di Napoleone e la restaurazione dei rapporti politici e istituzionali che seguì all’indomani del Congresso di Vienna. Ma se noi dovessimo rispondere ad un indigeno della Papua-Nuova Guinea, che ci ponesse la semplice domanda: perché voi occidentali possedete così tanti beni e noi no? Cosa risponderemmo?
Da questa domanda in apparenza innocua nasce lo straordinario volume, premio Pulitzer 1998 per la saggistica: Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond edito in Italia da Einaudi.
Come mai se la specie umana nata originariamente in Africa, si è fatta rimontare il vantaggio “temporale” da altre aree geografiche che oggi sono più progredite? Perché gli Europei hanno attraversato l’oceano, scoperto l’America, schiavizzato la sua popolazione, sfruttato le sue ricchezze, e non sono stati invece gli indios del Sudamerica a invadere l’Europa e metterla a ferro e fuoco? Quali sono, in generale, i fattori che favoriscono lo sviluppo di un popolo? Armi (ovvero la brutalità della forza fisica), acciaio (la superiore tecnologia) e malattie (generazione di epidemie mediante l’introduzione di virus ignoti alle popolazioni autoctone) sono i mezzi utilizzati nella storia per stabilire e mantenere il predominio di un popolo sull’altro. Ma quali fattori hanno fatto sì che tali mezzi fossero a disposizione di determinati popoli e non di altri?

Scartata, in quanto priva di fondamento scientifico, la spiegazione “razzista” fondata sull’idea della superiorità della razza bianca, Diamond va a indagare le radici della diversa fortuna dei popoli nelle situazioni geografiche, ecologiche, climatiche in cui si sono trovati a sviluppare.
Importanza cruciale ha avuto, ad esempio, la disponibilità di specie vegetali domesticabili, tale possibilità, nettamente superiore a quella di ogni altro continente, stimolò il passaggio, in anticipo sugli altri, dal primitivo stato di cacciatori raccoglitori a quello di agricoltori e allevatori.

L’agricoltura e la zootecnia crearono dei surplus alimentari che consentirono a una certa parte della popolazione di non lavorare direttamente per la sussistenza, ma di dedicarsi a tempo pieno ad altre attività; consentirono, ad esempio, la creazione di un esercito e di una burocrazia. Molti altri elementi hanno avuto la loro parte in questo gioco: ad esempio la disposizione geografica dei continenti (est-ovest, come l’Eurasia, o nord-sud, come l’Africa o l’America: la disposizione “orizzontale” implica grandi territori caratterizzati da situazioni climatiche simili tra loro, con maggiori possibilità di diffusione di colture e tecniche di lavorazione); la presenza (o meno) di grandi barriere naturali; la disponibilità di specie animali addomesticabili; la possibilità di scambi culturali con popoli limitrofi; etc. Il libro contiene interessantissime discussioni sui requisiti che deve possedere una pianta o un animale affinché sia addomesticabile e sul passaggio da varietà selvatiche a varietà domestiche. Veniamo allora a sapere che delle 56 specie erbacee esistenti sulla terra a seme più grosso (le più utili all’uomo), ben 33 sono originarie del complesso Eurasia-Nordafrica e, ad esempio, solo 2 del Sudamerica.

Per quanto riguarda poi gli animali, moltissime furono le specie sottoposte a qualche tentativo di addomesticamento. Il risultato fu positivo soltanto in un numero limitatissimo di casi. Ancora una volta il complesso Eurasia-Nordafrica la fece da padrone, se si considera che prima della colonizzazione gli unici mammiferi domestici di grande taglia presenti al di fuori di tale complesso erano il cane nel Nordamerica e il lama e l’alpaca nella regione andina. Ci viene così dettagliatamente illustrato perché fallirono i tentativi di addomesticamento di specie assai vicine ad animali addomesticabili, come le zebre e i pecari.
Infine, la tecnologia. Vengono discusse le dinamiche storiche e sociali che portarono alla nascita delle tecnologie e anche, talvolta, a forme di regressione tecnologica.
L’opera si conclude con un giro del mondo in cinque capitoli, in cui si passano in rassegna alcune realtà locali particolari. Particolarmente interessante il capitolo sulla Cina, in cui vengono illustrate le ragioni, di natura essenzialmente politica, per cui questo paese, così tecnologicamente avanzato nel Medioevo, sia stato poi superato dall’Europa.

Lo studio, documentatissimo e al tempo stesso accessibile ai lettori non specializzati, riesce a disporre di tutti questi elementi all’interno di un quadro coerente e di grande ricchezza esplicativa.

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