La tragedia che ha colpito la Sardegna ha per l’ennesima volta evidenziato quanto poco sia conosciuta la terminologia meteorologica dai mass-media e quanta ignoranza vi sia sul tipo di manifestazioni atmosferiche che possono colpire l’Italia, generando di conseguenza confusione tra la popolazione.
Il termine più utilizzato per definire l’evento estremo che ha flagellato la nostra isola è stato ciclone.
Che non è per se stesso un termine sbagliato, sbagliato è il significato che si tende ad attribuirgli.
Un ciclone nell’immaginario collettivo è infatti qualcosa di terribile solo per il nome che porta. Riporta alla mente quegli enormi sistemi roteanti attorno ad un “occhio” che colpiscono i tropici, che hanno colpito anche recentemente e in modo devastante le Filippine. O addirittura qualche volta vengono confusi coi tornado, vortici roteanti di immensa violenza, ma di limitatissima estensione. In ogni caso qualcosa di assolutamente eccezionale e di non normale per l’Italia, mai avvenuto in passato, probabilmente causato dai cambiamenti climatici.
In realtà la parola ciclone non dovrebbe indurre a pensare necessariamente ad un’estrema manifestazione della natura, né tanto meno a qualcosa di anormale alle nostre latitudini.
Cos’è infatti un ciclone? Nient’altro che un centro di bassa pressione, una zona dove la pressione, al suolo e in quota, è più bassa rispetto alle zone circostanti, dove i venti girano in senso antiorario (nel nostro emisfero) e tendono a convergere verso il centro di bassa pressione. Più è profondo il minimo barico e maggiore la differenza di pressione con le zone circostanti, più forte soffieranno i venti, e più facilmente potranno svilupparsi attorno ad esso intense precipitazioni. Ma un ciclone rimane un ciclone a prescindere dagli effetti, intensi o deboli, che lo accompagnano.
Cos’ha dunque colpito la Sardegna? Certamente nel Mediterraneo Occidentale era presente una depressione, e dunque un ciclone, che successivamente (forse) ha assunto quelle caratteristiche ibride tra ciclone extratropicale e ciclone tropicale che talvolta, nemmeno troppo raramente, assumono le profonde depressioni mediterranee. Ma non è stata questa trasformazione la causa dell’alluvione.
La Sardegna si è venuta a trovare in una zona di convergenza di correnti con sviluppo di temporali semi-stazionari alimentati dall’aria caldo-umida proveniente dal mare, un mare troppo caldo per la stagione e quindi con a disposizione più energia del normale. Questi tipi di temporali vengono definiti V-SHAPED per la particolare forma a V che acquisiscono e spesso i moti all’interno della cella temporalesca vanno in interazione con l’orografia del terreno, liberando la loro energia, sotto forma di pioggia, in ristretti ambiti territoriali.
E’ accaduto in Sardegna in modo devastante, ma è accaduto anche, in modo meno violento, nella Calabria ionica ieri, e molte altre volte in molte altre zone d’Italia, talvolta dando origine ad alluvioni (ad esempio su Genova e le Cinque Terre due anni fa), più spesso solo a nubifragi e forti temporali.
Il sistema temporalesco che ha causato il disastro sardo non è dunque di per sé eccezionale, si verifica tutti gli anni diverse volte, eccezionale è stata però la sua intensità, il fatto che si sia presentato in tre distinte manifestazioni, le precipitazioni che si sono verificate e le conseguenze drammatiche.
Riguardo le precipitazioni non vi è dubbio che siano state estreme, per talune zone della Sardegna probabilmente record. Ma i 450 mm caduti nell’arco di circa 12 ore nelle zone più colpite (ma quasi tutti nell’arco di poche ore) sono distanti dai record italiani e minori anche ad eventi alluvionali recenti come quelli liguri di due anni fa. Non solo: sono ben minori anche rispetto alle precipitazioni che sconvolsero la Sardegna nell’autunno del 1951, quando caddero fino ad oltre 500 mm di pioggia in 24 ore, 1000 in due giorni e 1400 in tre giorni.
Non si tratta di sminuire un evento che rimane eccezionale, devastante e tragico, ma di evidenziare che queste manifestazioni meteorologiche estreme non sono qualcosa di sconosciuto e mai visto prima in Italia, ma qualcosa che c’è sempre stato, e che forse sta solo diventando più frequente.
Se vogliamo davvero fare prevenzione e non piangere più morti ogni volta che piove tanto, o troppo, dobbiamo partire dalla consapevolezza che le alluvioni e le precipitazioni estreme in Italia sono eventi che, in una zona o nell’altra, capitano con una certa regolarità. E comportarci di conseguenza.