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      Ancora sulle forzature “forzanti” e l’interferenza dell’uomo sui processori di calcolo previsionale

      Francesco Nucera
      Francesco Nucera
      Published: 08/05/2004
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      4 Min Read
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      In effetti, ritorniamo ad analizzare quanto e come sia distribuito il rapporto di forza tra modello matematico di previsione ed elemento umano.

      Nelle scienze naturali e nella stessa prassi scientifica, la facilità di “manipolazione” d’alcuni elementi “controllati” del modello stesso, da parte dello studioso dell’atmosfera, hanno portato a considerare i modelli simulativi come veri e propri laboratori sperimentali, quasi come cavie animali, dove condurre esperimenti che non potrebbero mai essere effettuati nella realtà.

      Come citato in altre precedenti occasioni, si è già parlato della difficoltà di ridurre la complessità di un sistema attraverso degli spazi ristretti di un laboratorio. Si pensi inoltre alla quasi totale impossibilità di procedere ad esperimenti reali per tempi molto lunghi, come quelli che caratterizzano la climatologia.

      Quindi, nel “laboratorio” virtuale fornito da un modello simulativo, gli elementi spazio/tempo sono espandibili a piacere di chi pratica queste forzature: la velocità di calcolo di un computer permette di simulare esperimenti che nella realtà durerebbero decine e decine di anni.

      “L’uomo” in qualche maniera è capace di gestire il tempo simulato.

      Se a questo si aggiunge la capacità di sintesi di un modello simulativo tramite la ricomposizione dei fenomeni, cioè la possibilità di rendere conto in maniera realistica della complessità e delle molteplici interazioni e retroazioni che avvengono in un sistema multi complesso, si percepisce come questi modelli stiano diventando autentici “strumenti” nella mani della pratica scientifica moderna.

      Da quanto detto finora è evidente che i modelli simulativi rappresentano gli strumenti utili per lo studio e l’analisi di sintesi complesse.

      Più in generale la loro struttura risente di una tendenza, ampiamente presente, circa la storia ed esperienza dell’attuale scienza cognitiva. In effetti si tratta dell’ampia fiducia, concessa allo studioso, circa la ricostruzione del comportamento di un intero sistema macroscopico a partire dalla composizione degli elementi e delle naturali interazioni che vengono ritenute fondamentali nell’osservazione.

      Qualora questi elementi di base vengano riferiti, quindi appartengano, ad un diverso livello rispetto al fenomeno o fenomeni che s’intendono osservare e studiare, si cade in una sorta di “riduzionismo”.

      In considerazione di quanto esposto, non solo noi possiamo (+/-) essere “spettatori abili ed intuitivi” di certe rappresentazioni, ma in ogni caso, siamo sempre l’ultima “analisi” che è stata già testata, quindi ridotta in piccole equazioni, e non possiamo far altro che “allungare l’occhio” e scorgere, dove e quando” queste “forzature sperimentali” si sono verificate; la loro reale incidenza e quando, nell'”evangelico postulato”, sono state applicate delle forzature sperimentali (test scientifici).

      Ripeto in fine l’estrema importanza dell’elemento “relazionale” (di collegamento) tra la prima fase e quella finale.

      Un ottimo “interprete/lettore” di un prodotto “indefinito”, ma definito scientificamente, è e resterà sempre l’unico collegamento tra “le forzature” e l’analisi didattica finale.

      Non ci facciamo grandi illusioni, quello che ci propongono i modelli è già stato “digerito ed assimilato” in precedenza; noi dobbiamo solo cogliere le importanti “sfumature” che in fase di “precalcolo” sono sfuggite dal “rapporto “, spesso non armonioso e stridente, tra elaboratore e “scienziato del clima”.

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