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I Miracoli dell’Aria Continentale

di Mauro Meloni
08 Feb 2012 - 08:58
in Senza categoria
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Pupazzo di neve su Roma e dietro uno scorcio della Città Eterna. Un evento nevoso di questa consistenza mancava dal febbraio 1986. Foto a cura di Nicolò Ippolito.
La fase gelida che stiamo vivendo ha ancora molto da dire ed è ben lungi dalla conclusione: un bilancio pertanto non è possibile ancora tracciarlo, se non parziale. Quello che possiamo per il momento sottolineare è il marcato crollo termico, con i valori rigidi estremi che si sono raggiunti in varie zone del Settentrione, complice anche la neve che ha preceduto la fase acuta dell’incursione gelida. Un ruolo significativo è stato però assunto dal tipo di masse d’aria che sono penetrate sull’Italia: ci riferiamo a correnti di diretta estrazione siberiana, merce quindi rarissima convogliata verso l’Italia da un duraturo ponte anticiclonico che ha visto l’unione dell’Alta Delle Azzorre con l’Anticiclone Russo.

Questi flussi siberiani sono generalmente classificati come masse d’aria fredda polare continentale, capaci di espandersi fin sull’Italia quando il fianco occidentale dell’anticiclone russo-siberiano si estende alle nazioni dell’Europa Orientale. Vale la pena addentrarci su questo discorso: l’aria di matrice continentale ha infatti caratteristiche del tutto particolari, che non vi sono invece nelle ben più frequenti colate di aria d’estrazione artica. Cosa possiede di tanto speciale l’aria continentale? La qualità maggiore è quella di essere particolarmente gelida nei bassi strati e non tanto alle medie altezze della troposfera (come invece accade in riferimento alle discese d’aria artica), per questo viene definita “pellicolare”. Le previsioni meteo sono a volte andate nel “pallone” (anche se l’evento in sé è stato correttamente previsto con notevole anticipo), perché queste circolazioni continentali retrograde così rare sono sempre imprevedibili e complicate da valutare per i centri di calcolo.

L’aria continentale ha quindi la potenzialità di produrre raffreddamenti immediati non appena giunge su un determinato territorio, ancor più poi se l’area di origine è quella siberiana come abbiamo sperimentato negli ultimi giorni. Un ulteriore aiuto è poi dato dal fatto che queste masse d’aria sono giunte dalle zone dell’Europa Continentale che già si erano nettamente raffreddate e la persistenza prolungata del flusso gelido ha fatto la differenza Ma in che modo è stata importante quest’irruzione continentale, vero e proprio Burian? I marcati raffreddamenti, le giornate di ghiaccio e le temperature minime rigidissime (soprattutto sul Nord Italia, l’area del Paese più direttamente coinvolta dall’avvezione siberiana) sono state una diretta conseguenza di questo tipo di massa d’aria così gelida al suolo.

La presenza d’aria continentale è stata poi fondamentale in alcuni episodi nevosi nelle più disparate zone d’Italia: possiamo prendere come esempio lampante Roma, dove soprattutto le prime bufere di neve (quelle di venerdì 3 febbraio) sono avvenute quasi a sorpresa, con termiche della colonna d’aria non propriamente favorevoli. In sostanza, per i più avvezzi, ha nevicato con una -1°C all’altezza di 850 hPa (circa 1400 metri), evento alquanto raro. Ma la presenza dello scorrimento gelido continentale al suolo ha determinato una quasi omotermia dei bassi strati della colonna d’aria, permettendo così ai fiocchi di neve si spingersi fin sulla Capitale. Sempre nello stesso giorno, la neve in pianura è arrivata anche sul nord della Puglia, nel foggiano, anche in questo caso con termiche di base non così favorevole. Ha prevalso però l’aria molto fredda nei bassi strati, peraltro con notevolissime differenze di temperatura rispetto al resto della Puglia, da Bari in giù, sotto i riflessi in quel determinato momento dell’afflusso d’aria molto più mite.

Completamente diverso il discorso quando si è in presenza di irruzioni d’aria artica (in particolare quelle di tipo marittimo) che, essendo molto più fredde in quota, hanno maggiori effetti nei bassi strati solo in presenza di precipitazioni e la stessa aria fredda tende a depositarsi verso il suolo con molta più fatica. A volte, nel gergo meteorologico, le nevicate portate dalle avvezioni fredde artiche in caso di forti rovesci (che possono giungere a quote anche ben inferiori rispetto allo zero termico) sono definite come i “miracoli dell’aria fredda in quota”. Dopo aver vissuto nuovamente un evento gelido di matrice pienamente continentale (che mancava da circa 15 anni), forse sarebbe meglio dire che i “veri miracoli”, sia in termini di potenza di gelo che di nevicate, sono spesso legati indissolubilmente invece alle masse d’aria continentali, così gelide soprattutto nei bassi strati.

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